Una porta nascosta

CONSEGNA:
Creare un racconto breve ispirato ad un personaggio, una scena, una frase, un concetto o un’idea di effetto del film Genius (2016), dandogli un titolo e una lunghezza non superiore ai 5.000 caratteri, spazi esclusi.

Una porta nascosta
Battere forte i piedi sul pavimento era diventato il modo più veloce ed efficace per comunicare ai genitori, al piano di sotto, la sua presenza in casa. Ormai, per Daws, quella comoda abitudine si era dimostrata anche la tecnica vincente con cui sfuggire alle domande di rito che sempre accompagnavano i rientri di mamma e papà. Due colpi energici sul parquet, soltanto uno invece nei più pesanti lunedì, e i due padroni di casa Walfred realizzavano, ancor prima di chiudere la porta d’ingresso alle loro spalle, che il ragazzo c’era. Anche se chissà in quale angolo della stanza, e chissà se al lavoro sui libri oppure perso tra i luccichii di mille distrazioni. Di certo, a tavola durante la cena i tre non ne avrebbero mai parlato, perché da tempo la comunicazione famigliare stentava  a vivere, con la lingua di Daws disposta soltanto ad assaporare il cibo: modellare vocali e consonanti per un potenziale discorso non sarebbe stato minimamente compito suo. Tanto che in tutte le serate, se non per la voce impostata che il televisore pronunciava e per qualche tintinnio di forchette e cucchiai, in molti chiudendo gli occhi al centro di quella cucina avrebbero pensato piuttosto di trovarsi in un obitorio, anziché in una villetta californiana.

E proprio ogni giorno, davanti a quella villetta californiana, al pari di due grosse labbra che disegnano un “arrivederci” spalancava le sue porte il solito autobus giallognolo, dalle targhe arrugginite, per sbarcare Daws. Ogni giorno tranne un martedì pomeriggio, quando il mezzo fumante non si presentò nemmeno al regolare appuntamento vicino alla scuola, lasciando così al ragazzo una distanza di decine di isolati da colmare a piedi. Da sempre lui odiava camminare a lungo, o meglio non ci aveva mai voluto provare. Per questo, tutto solo alla fermata, appariva annoiato e spaesato allo stesso tempo, di fronte all’idea di dover attraversare l’intera cittadina con la sola forza di due gambe oggettivamente disavvezze, in strade che non avrebbe sentito sue e incontrando sguardi che non aveva il desiderio di ricambiare. Sarebbe poi arrivato anche in ritardo a casa, con il fardello di dover dare risposta a una valanga di punti interrogativi dei genitori, che un carattere tutto suo, enigmatico e introverso, sopportava ben poco. Tutti questi pensieri gli bruciavano in testa, mentre con lo zaino semivuoto sulle spalle metteva in moto un corpo spento, che fino a pochi istanti prima sognava il fedele sedile in fondo a destra, vicino al finestrino. Battendo forte i piedi sul primo marciapiede, in segno di disapprovazione, prese a camminare con il volto chinato che alzava solamente agli incroci, quando i suoi occhi trovavano una schiera di mattoncini rossi interrotta da una lastra di asfalto. Nemmeno a trecento passi dalla partenza, Daws fu costretto da alcuni lavori pubblici ad imboccare una strada secondaria che poco conosceva e, di lì, a seguire una via in salita, sempre più dall’aspetto rustico man mano che il suo percorso proseguiva. E il percorso, l’unico che forse avrebbe potuto riportarlo nella direzione di casa, proseguì divorandosi minuti ed energie, con un terreno vario e inaspettato che puntava sempre più al cielo. Ci sarebbe stata presto una discesa, sperava pensando fra sé Daws, e quindi un punto di massimo – come uno di quelli delle parabole di algebra visti qualche ora prima – per poter fermarsi un attimo, riordinare il poco senso di orientamento custodito nella sua mente e riprendere la traversata, facendo leva su qualche definito elemento del paesaggio come punto fisso per non perdersi.

Giunto in cima, una volta lasciate alle spalle le ultime casette, alzò fino in fondo la testa un po’ indolenzita e realizzò di trovarsi sul bordo di uno spazio aperto intriso di natura e di colore. Quella vista, con suo grande stupore, lo fece vibrare in corpo, ma il brivido definitivo, il più sorprendente, gli arrivò quando sullo sfondo violaceo di un tramonto nascente andava componendosi una sagoma scura, via a via che lui avanzava. Un ragazzo di spalle stava seduto su un largo sasso, sotto una quercia, con lo sguardo alla cittadina. Quel profilo calmo e composto giocò un’attrazione forte sul giovane di casa Walfred che, quasi incapace di controllare i suoi movimenti, si ritrovò ben presto al suo fianco, a condividere quella roccia dispersa con una persona di cui non sapeva ancora nulla. I loro occhi fecero però conoscenza pochi istanti dopo, e i loro respiri impararono subito a capirsi, silenziosamente coordinati. Daws guardò il cielo, studiandone le sfumature, e poi i tetti delle case accese di vita che lo accarezzavano. Poteva vedere tutto. Persino la sua via, il giardino dove era cresciuto e anche la finestra della sua stanza, che in quel labirinto di strade ora piccole piccole sembrava distare ben poco dalla cima su cui stava meditando. Una smorfia spontanea si disegnò allora sulle sue labbra, prima che queste si aprissero con una forza inconsueta. «Sai, io abito laggiù». Così incominciò un incredulo Daws, ritrovando di colpo un represso desiderio di comunicare e riconoscendo d’un tratto la bellezza della casualità di un incontro. Là fermi sulla vetta, i due scoprirono i libri impolverati delle loro giovani storie raccontandosi a vicenda, un capitolo alla volta. E lo stesso vollero fare i giorni successivi, dandosi appuntamento in quella loro porta nascosta, affacciata sul mondo che si muoveva sotto. Nel frattempo Daws era tornato a dare luce agli occhi spenti dei genitori fino ad allora arresi, facendoli brillare alla sera intorno a un tavolo finalmente ricco di parole, a comporre descrizioni di pomeriggi e giornate essenziali, ma sfavillanti.

E da quel prezioso martedì, al rientro a casa dopo il lavoro, diventò abitudine che i colpi sul pavimento al piano di sopra non ci fossero più e che il pensiero dei due Walfred allora volasse immediatamente a quel posto in cima alla città, dove forse proprio in quegli istanti stava battendo i piedi scalzi il nuovo Daws, sotto la grande quercia che si vedeva anche da casa loro. Oppure chissà. Ma, in fondo, avrebbe poi raccontato tutto lui, una volta aperta la porta di casa.
Per un oscuro miracolo del caso, non ci sarebbe più stato bisogno di alcuna domanda.


Una porta nascosta
in relazione a Genius: Racconto ispirato dalle scene in cui Thomas batte i piedi in città, sull’uscio dell’ufficio di Max, al bar e a fine pellicola di fronte all’oceano.

“L’oscuro miracolo del caso che crea nuove magie in un mondo polveroso”.
“Un sasso, una foglia, una porta nascosta […]”.
(Genius)

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