Se l’occhio è lo specchio dell’anima, l’orecchio è sempre quello delle nostre esigenze. Ovviamente esigenze più o meno profonde, a seconda della personalità che abbiamo o dei periodi della vita che stiamo attraversando.

E se capita che la richiesta interiore più profonda, a livello musicale, sia quella di andare oltre parole vuote, superficialità e falsa arte – elementi ben rappresentati da tante canzoni che fanno rumore e allo stesso tempo non dicono niente -, allora il nome di Ultimo può essere una tra le risposte più complete e sorprendenti in assoluto.

Entrato casualmente nella mia stanza nell’agosto scorso, il ragazzo (praticamente mio coetaneo) è l’incarnazione di un’anima chiara, disillusa, ma poetica, che sa comunicare sempre e bene, in modi non del tutto tradizionali per questi anni (i suoi, 22, e i nostri, il 2018). Ha tatuata sulla pelle l’influenza di alcuni grandi cantautori del nostro Paese – per conoscenza personale, Fabrizio Moro su tutti – e spicca non solo per la qualità di voce, musica e testi, ma soprattutto per una sensibilità raffinata che riesce ad avvicinarlo sia al concetto di Arte sia alla vita quotidiana di chi lo ascolta. Questo perché Ultimo è vera poesia, cioè bellezza a tutti gli effetti, e poesia vera, ossia testimone di verità. Due caratteristiche non comuni a tutti, anzi rare.

Con “Pianeti” e “Peter Pan”, fortunata tripla P di etichetta Honiro Label, melodie e parole raccontano di realtà conosciute da molti, ma descritte così bene da pochi. Il primo album è a mio modo di vedere un quadro che rappresenta lo strappo tra il mondo ideale della fantasia e quello più crudo della realtà, due universi che nel suo caso si sono scontrati fin dai primi anni di scuola. È infatti un viaggio di confidenze di un nuovo adulto, che ripercorre l’esperienza vissuta, descrive situazioni sognate e guarda alla vita ancora da vivere. Sulle note del piano, praticamente l’unico strumento di accompagnamento ad una voce pulita, precisa e piacevolmente riconoscibile, canta un giovane che certamente riconosce di portarsi addosso difficoltà, debolezze e fragilità, ma che comunque si impegna ad andare oltre (perdersi ha la sua importanza…), ad aspettare il momento buono e a mandare avanti la ruota, così da superare con un bel salto quel vuoto che rischia ancora di calpestare, cadendoci nuovamente dentro, e poi da tendere la mano in aiuto a tutti quelli come lui, a cui spesso si rivolge. Tra rassegnazione e speranza, delusioni e desideri, realtà e fantasia, in questo viaggio di confessioni a tratti prevale un adulto che si sfoga, accorgendosi malinconico di una realtà non facile soprattutto per chi ha un carattere simile al suo o per chi deve sopportare giornalmente prove pesanti, mentre a tratti prevale un bambino, che può lasciare fortunatamente i problemi altrove.

Con Ultimo torniamo presto ad accorgerci che c’è davvero un piccolo uomo in ogni bimbo e un piccolo bimbo in ogni uomo; che tutti, in certi momenti, ci possiamo sentire ultimi pur vivendo effettivamente in prima fila o che, al contrario, ci si può sentire finalmente in cima anche se si è in fondo; che se fino ad oggi hai sentito di non aver vissuto pienamente, puoi comunque incominciare a farlo adesso; che l’immaginazione deve avere un angolino tutto suo dentro di noi per colorare i grigiori della vita, anche perché fare posto alla fantasia ci aiuta a trovare il nostro spazio ideale.

Nel secondo album, pubblicato a febbraio, ci troviamo invece di fronte un bimbo un po’ meno sperduto e più padrone della propria esistenza. Diventa meno marcato il lato drammatico dell’artista, che più che nel contenuto vero e proprio dei testi si esprime specialmente a livello di approccio, e si accentua in modo deciso la vena romantica, già presente in Pianeti (08. Ovunque tu sia, 10. Wendy, 11. L’unica forza che ho, 14. Stasera) ma qui espressa alla massima essenza (il pubblico maschile può disporre di tante canzoni da dedicare alle compagne!), così che Ultimo sveste un po’ i panni di poeta che bacia il dolore e indossa quelli di poeta dell’amore, anche questi alla perfezione. Per quanto riguarda strategie e strumenti nelle basi, “Peter Pan” appare rinnovato e più ricco, ma mantiene l’identità propria di un artista che fa della purezza della melodia la sua caratteristica.

Qui, chi ascolta percepisce pace mentale a dominare caos e può immaginare di guardare una barca che sta trovando finalmente il suo mare. C’è anche in questo caso esperienza personale unita a immagini solamente pensate, e sarebbe strano se non fosse così perché la vita alla sua età (e alla mia) è in gran parte ancora da sperimentare. Ma ci sono soprattutto un artista che sta prendendo consapevolezza dei propri mezzi, pur essendo in realtà poeta già da tempo senza forse percepirlo, e un ragazzo che ti incanta e a suo modo ti trasmette come sia importante avere la libertà di essere ancora un po’ incerti per avere la certezza di essere liberi.

Per me è abbastanza inutile parlare della vittoria di Sanremo, quando appena arrivata notizia della sua partecipazione ero già certo del suo trionfo (le agenzie di scommesse inizialmente lo quotavano a 9.00, prima di rendersi conto delle sue vere potenzialità e di correggere il tiro man mano che la settimana del Festival si avvicinava), se non per il fatto che in occasione della sua prima esibizione sul palco dell’Ariston io mi sia seriamente commosso di fronte al televisore, avendo imparato a conoscere già da tempo la sua storia di vita e le sue storie di dita (penna + pianoforte, che maneggia dai 7 anni). Mi sento legato alla persona e all’artista, da cui non tolgo musicalmente gli occhi di dosso ormai da mesi.

Una persona e un artista che insieme hanno urlato al mondo che gli ultimi, soprattutto gli ultimi, sanno arrivare primi. Che le incertezze, se riempite di sogni, crescono uomini consapevoli, ma negli occhi eternamente bambini. Capaci solo loro di sognare isole invisibili e, prima o poi, di raggiungerle anche. E, proprio da lì, Niccolò e Ultimo si sono fatti guardare e hanno guardato un po’ tutti, persino quelli che non credevano a niente dei loro sogni. E non credevano in loro. Per una volta, gli hanno urlato che si può arrivare primi soprattutto da ultimi, e che certe isole felici non sono destinazioni per chiunque, ma rimangono il privilegio per quei pochi sempre talmente veri da essere stati già dannatamente in fondo.

Amici, vi presento Ultimo.

 

 

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