• Abbi cura di me – Simone CRISTICCHI
    Poesia musicata che parla di verità e lancia (tanti) messaggi positivi.
    La canzone lascia il segno, ma tocca decisamente più per l’interpretazione -originale, saggia, a tratti monologo teatrale – che per la melodia, semplice tappeto di sfondo alle parole impegnate e speranzose. L’aspetto del cantato è assai carente, ma Cristicchi si emoziona e dimostra di avere cura di se stesso, in quanto Artista.

    Tu non cercare la felicità, semmai proteggila.

  • Argentovivo – Daniele SILVESTRI
    Senza rancore e senza Rancore, la canzone è un mezzo flop.
    Il racconto di Silvestri esce confuso oltre che poco musicale e la caduta di stile risulterebbe ben più fragorosa senza l’iniezione di energia del talentuoso rapper, che anima e movimenta il brano: soltanto così abbiamo un Argentovivo, e solo per miracolo.

    Se il solo mondo che apprezzo è un mondo virtuale.

     

  • Aspetto che torni – Francesco RENGA
    Quattro mani diverse riescono a scrivere un testo capace di perdersi in infinite immagini scontate o luoghi comuni e destinato, come se già questa disgrazia non bastasse, a essere fagocitato da sonorità che sanno di “già sentito”. A completare il quadro, c’è un Renga stranamente senza voce, che apre in tono molto sommesso il 69° Festival di Sanremo. Non sarà di certo una ritrovata vocalità a trasformare in positivo la canzone, ma aspettiamo almeno che torni… il timbro del cantante!

    C’è un universo che mi riempie le mani.

     

  • Cosa ti aspetti da me – Loredana BERTÈ
    La solita Bertè e la solita voce graffiante che ruggisce, al suo ultimo Festival in assoluto. Il brano, con tanto di autocitazione iniziale, è tra quelli che fanno la miglior figura a livello musicale e nel ritornello permette di liberare tutta la voce dell’inesauribile donna dai capelli blu: l’esibizione non è malvagia, anzi, e questo può già bastarle, perché è ciò che la cantante si aspettava da se stessa.

    Ci vuole soltanto una vita per essere un attimo.

  • Dov’è l’ItaliaMOTTA
    Il pezzo parte fresco, con una melodia che mostra qualche tratto esotico, ma poi pian piano si perde e tende gradualmente a spegnere le buone aspettative: lo stile di Motta è certamente riconoscibile, con il pensiero che durante l’esecuzione vola al suo recente repertorio, ma alla fine più che dove sia l’Italia verrebbe da chiedersi dove, quando e se, assisteremo mai a un vero e proprio salto di qualità dell’artista, una volta superata questa follia sanremese.

    Con l’aria stravolta di chi non si ricorda cos’era l’amore.

  • I ragazzi stanno beneNEGRITA
    Rimpiangere la memorabilità di “Rotolando verso Sud” è cosa buona e giusta, specie se la annunciata «maturità musicale» dei Negrita riesce a produrre per il Festival un pezzo non all’altezza della sufficienza. Probabilmente è la canzone più politica in gara, il testo è esplicito in certi momenti, ma lo stesso testo si ferma a metà, quando cerca di comunicare con il pubblico. Di sicuro capiamo che i ragazzi del gruppo stanno bene, e senza dubbio potrebbero stare (e fare) meglio.

    Ma non mi va di raccogliere i miei anni dalla cenere.

     

  • I tuoi particolariULTIMO
    Ultimo questa volta resta lontano dalle ballate più intense dei suoi album Pianeti e Peter Pan, e rimane distante anche dall’impronta lasciata all’Ariston lo scorso anno con “Il ballo delle incertezze”. Il pezzo di questo Festival è, senza farlo apposta, particolare, e mette più in risalto la voce rispetto alla linea melodica, semplice e pulita: il risultato è un inno personale, un po’ malinconico, alle piccole cose. Quelle, magnifiche, che la vita un giorno ti riserva, e magari il giorno dopo ti toglie; quelle che sanno completare i nostri giorni e pesano nella loro assenza.
    Il testo non è certamente tra i più impegnati, ma in certe precise occasioni, stando al messaggio della canzone/dedica, basta poco per arrivare lontano.

    Sono rimasto quello chiuso in sé che quando piove ride per nascondere.

     

  • La ragazza con il cuore di lattaIRAMA
    Con una base che parte estremamente dolce, trasmettendo l’idea di un carillon appena azionato, Irama realizza un pezzo dei suoi, gradualmente ritmato, dagli incastri dinamici di rime, capace letteralmente di esplodere a ogni ritornello, qui e là aiutato anche da un coro Gospel. Nel testo si lavora per immagini, immagini che arrivano dirette e nitide al pubblico nonostante frequenti richiami metaforici, e la canzone (escludendo versi evitabili quali “Io ci sarò, comunque vada”, che sanno molto di Mr. Rain e compagnia) si configura come una fresca novità, pure con un tema di fondo preciso.
    Stra-musicale, questo Irama potrebbe passare dalla latta all’oro? Chissà.

    Ma chi ha sofferto non dimentica, può solo condividerlo se incrocia un’altra strada.

     

  • Le nostre anime di notte – Anna TATANGELO
    Un brano, il cui titolo è (liberamente?) ispirato a un romanzo di Kent Haruf, che dà grande spazio all’estensione vocale della Tatangelo in prossimità del ritornello.
    La canzone però non emerge in maniera particolare, anzi, è piuttosto scialba ed è un ridondante discorso di un “noi” che si ritrova e torna a guardarsi, «occhi negli occhi», e a dirsi la verità.
    Tutto bello solo a livello di intenzioni magari, perché per il resto è la solita cantante che non riesce a farsi largo tra i Big di Sanremo, se non per estetica e look.

    Senza difendere più i nostri sbagli o sfidarci tra noi.

     

  • L’amore è una dittaturaTHE ZEN CIRCUS

    La base parte con il ticchettio di un orologio che scorre e si mostra molto sobria, lineare, ma intrisa di tanta, forse troppa, batteria.
    La canzone è più spigliata di tutte quelle che la precedono sul palco e di molte di quelle ad essa successiva, ma il difetto più evidente è un flusso incessante di parole, che trova poche, pochissime pause durante tutta l’esecuzione (è qui la dittatura!).
    The Zen Circus può uscire comunque a testa alta, come gruppo, e non è detto che dal duetto con Brunori Sas il brano riesca a trovare una buona spinta in più.

    E speri ancora che qualcuno sia lì fuori ad aspettarti.

  • L’ultimo ostacolo – Paola TURCI
    Canzone anonima, che non lascia il segno e non mostra nemmeno una grande performance vocale dell’artista. Eppure a Claudio Baglioni, stando alle parole della Turci stessa, il brano piace tanto. Tra l’altro si parlava anche di metrica innovativa, però il brano appare invece assestato sugli standard normali.

    E ci impegneremo a stare meglio quando far di meglio non si può.

     

  • Mi farò trovare prontoNEK
    Un Nek lontano parente di quello della bella “Fatti avanti amore”, alle prese questa volta con una canzone che non sa incidere e che non esalta le sue doti vocali, non apparse in perfetta forma.
    Per farsi trovare pronto per il Festival di Sanremo, o meglio per un buon piazzamento nella gara, ci vuole ben altro.

    Mi farò trovare pronto all’impatto col tuo nome.

     

  • Mi sento beneARISA
    Forse il brano più strano a livello strutturale, Mi sento bene (a tratti, mentre cresce, somigliante a un altro pezzo di successo dei Nomadi, Dio è morto…) è difficilmente assimilabile a un primo ascolto. Sulla voce di Arisa, comunque, inutile ogni tipo di discorso, perché sono suoi elementi noti a tutti la pulizia e il timbro dolcemente inconfondibile; mentre davanti alla «sperimentazione di un nuovo mondo» operato dalla cantante si rimane un po’ esterrefatti e ci si ritrova catapultati al di fuori di ogni previsione.
    Imprevedibile anche il possibile piazzamento del brano, che è da sentire ancora bene… e non è detto che la cosa ci faccia sentire bene!

    E prendo la mia vita come viene, se non ci penso più mi sento bene.

     

  • Musica che restaIL VOLO
    Se questa musica è destinata a restare, il merito sarà senza dubbio soltanto delle voci del trio: la potenza e l’unicità canora dei ragazzi può fare tanto, anche sistemare la resa sonora di un brano che sembra una canzonetta qualsiasi, ma va detto che non cancella una componente testuale tristemente banale.
    Il televoto può spingerli su, ma se uno dei tre non voleva partecipare a questo Festival, ci sarà un motivo… .

    Voglio proteggerti, siamo il sole in un giorno di pioggia.

     

  • Nonno Hollywood – Enrico NIGIOTTI
    Una poesia, una delle poche, di questo Sanremo.
    Il crescendo del brano è forse l’aspetto più evidente, perché fino al primo ritornello l’artista rimane molto basso, trattenuto, con poca apertura vocale. Soltanto dopo, Nigiotti si lascia andare e alza questa dedica profonda e concreta sempre più verso il cielo, dove forse il suo nonno-spettacolo prima o poi la riuscirà ad ascoltare.

    Per ogni volta che vorrò sentirti, chiuderò gli occhi su questa realtà.

     

  • Parole nuove – EINAR
    C’è una grande differenza tra il palco di Amici e quello di Sanremo, e poi debuttare all’Ariston per un giovane non è mai semplice. L’emozione si fa sentire il doppio: Einar è molto trattenuto, la voce non del tutto libera, ma c’è da dire che il brano non è comunque sufficiente e deluderebbe in partenza già per via di un testo all’insegna del banale, con parole tutt’altro che nuove.  Il duetto con Biondo sarà il trionfo e l’esaltazione dei talent show, realtà che preparano sicuramente ad affrontare sfide importanti una volta fuori, ma forse non appuntamenti così ravvicinati come il Festival.

    E cerco ancora una risposta anche quando non c’è.

     

  • Per un milioneBOOMDABASH
    Una delle realtà più sorprendenti di questo Sanremo, i Boomdabash animano una passerella di esibizioni poco accese mostrando a milioni di italiani il loro marchio di fabbrica: la tipica canzone che è piena di sole e che sa di estate, sullo stile della vecchia (si fa per dire) “Portami con te”. Gradevole, briosa, Per un milione non ha certamente grandi pretese, ma sarà un bel successo in radio, però comunque, per i ragazzi dal look eclettico, di “successo” si può parlare già ora, perché la partecipazione del gruppo tra i Big è da considerare un traguardo importante, per cui forse anche loro stessi non ci avrebbero scommesso un soldo… .

    Come a un concerto dall’inizio si aspetta il ritornello di quella canzone.

     

  • Rolls Royce – Achille LAURO
    Contenuto praticamente inesistente, con un accostamento costante di assonanze, tipico della scena trap italiana, e musicalità che sulla carta non sarebbe male, ma nella pratica risulta del tutto sprecata, buttata via.
    Si guardava alla partecipazione di questo ragazzo a Sanremo in un’ottica di rivoluzione, però quello che ne esce dall’esibizione è un brano confuso e fuori posto, la cui urgenza comunicativa è da segnare assente, forse partita per la tangenziale a bordo di una Rolls Royce qualsiasi.

    No non è vita è Rock n’ Roll, no non è musica è un Mirò.

     

  • Rose violaGHEMON
    Pezzo ed esibizione che non convincono affatto.
    Il tentativo di parlare al femminile e di proporre così una prospettiva inedita nella dinamica di una canzone scritta da un uomo è apprezzabile, ma il risultato musicale è deludente e poco sprintoso, in cui ritroviamo anche una prestazione vocale debole, piena di spine.

    La strada del ritorno l’ho segnata sulla mappa dei miei passi falsi.

     

  • Senza farlo appostaSHADE e Federica CARTA
    Nel podio delle canzoni destinate a fare il boom in radio, Senza farlo apposta è una potenziale hit, figlia più che legittima di “Irraggiungibile” della giovane coppia artistica. Federica Carta e, soprattutto, Shade, conoscono bene le dinamiche dell’attuale mercato discografico e lo dimostrano anche in questa prestigiosa apparizione sanremese, confezionano una canzone rap e pop insieme.
    Lo stile di scrittura del freestyler è inconfondibile e il timbro dell’ex-concorrente di Amici è preciso e lascia il segno: una collaborazione coi fiocchi, che con coraggio affronta la sua prima uscita su un palco così pesante.

    Ma hai perso tutto il resto e sono qui stasera, ancora un’altra volta.

     

  • Soldi – MAHMOOD
    A tratti dominata da una melodia interessantissima, Soldi è un brano molto originale che si stacca nettamente da tutti gli altri del Festival. Il ritornello non è al livello delle altre strofe, però Mahmood, dopo avere sbancato la sezione Giovani, complessivamente fa una nuova, bella figura davanti a tutta Italia: si percepisce grande cura e studio dietro la canzone, che non è la tipica da Sanremo ma rappresenta comunque una ventata di novità, vicina alla cultura musicale di una buona fetta di giovani del Paese.

    È difficile stare al mondo quando perdi l’orgoglio.

  • Solo una canzoneEX-OTAGO
    Gruppo che, semplificando molto, gioca in casa a livello di territorio, gli Ex-Otago propongono una canzone pop che rispecchia il loro spirito giovane, dinamico.
    La vocalità del front-man non è delle migliori, ma il brano è orecchiabile, e diventa molto orecchiabile se confrontato al livello generale espresso dagli altri pezzi in gara. Probabilmente non è un pezzo che rimane, ma va bene così, e il titolo mi dà ragione.

    Cento casini, cento grandi scene, mille pagine attaccate ancora insieme.

     

  • Un po’ come la vita – Patty PRAVO e BRIGA

    Saliti sul palco a look invertiti, i due cantanti non convincono con il loro brano.
    La voce di Briga è potente e raschiata, quella di Patty la solita gonfia e ingarbugliata, e il pezzo continuamente intrecciato tra i due non arriva alla sufficienza. Senza il rapper sarebbe tutt’altra cosa, in negativo.
    E a volte succede di non uscire un pezzo di alto livello. A volte non va come si spera, un po’ come la vita ci insegna.

    Vorrei trovarmi nell’esatta condizione di una luce alla stazione.

  • Un’altra luce – Nino D’ANGELO e Livio CORI
    Dico solo questo, D’Angelo: te possino!
    Inclassificabile e impresentabile, la canzone, fatta anche di incastri poco armonici tra i due, è un esperimento mal riuscito e da non ripetere assolutamente. Perché a volte è meglio non cercare la luce in fondo al tunnel, se si è appena agli inizi.

    Famme vedè addo arriva sta luce, famme vedè.

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