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E. Hopper, Stanza a New York, 1932

Prova di scrittura creativa
Consegna: Scrivere un racconto breve ispirato alla scena del quadro.

Sono infinite le gialle finestre che respirano la vita newyorkese alla sera.
Sono infinite, ma a un centralissimo incrocio che appare particolarmente fumoso, è la vetrata più luminosa di un palazzotto d’epoca a catturare gli sguardi e le menti  di tanti fra gli anonimi passanti.
E come uno spontaneo piccolo fiore, brillante ma esile, abbraccia la luce isolato in un dominio di pietre, così questo secondo piano del tutto inconsueto si oppone ad una triste città chiusa, in una prova di resistenza contro la solitudine e l’apatia che animano teste macchinose e freddamente gemelle.
Accade allora che questo angolo di New York, anch’esso silenzioso e spento fino al calar del sole, finalmente apre le sue porte lasciando entrare movimento, colori e ombre, voci, simboli e suoni della vita. Una stanza di storie e profumi diversi, che scelgono di incontrarsi e che producono un miscuglio passionale, capace di rendere le calde pareti del locale, ogni giorno, di un giallo più intenso.
Fino a quando Lucy non aveva ancora varcato per la prima volta la soglia del club, era la musica incisa su grandi dischi ad accompagnare le parole di discorsi spesso casuali e a guidare i passi leggeri di danze spensierate, singole o di coppia, che vogliono scacciare via i fantasmi di giornate d’ufficio, di spostamenti obbligati, di problemi adulti.
Ora però suona un grande piano e le sue note squarciano l’aria tiepida del locale, diffondendosi in tutti gli angoli della stanza, prima di perdersi oltre la finestra aperta, tra i rumori più spigolosi di viaggi e litigi velatamente umani, nascosti dietro rombi arrugginiti e clacson metallici.
Così le composizioni improvvisate e, da un anno, mai uguali create dalle dita abili di Lucy continuano ad attraversare il salone e bussano in tutto il loro dolce vigore alla testa di Robert, superando una folla complicemente in movimento e fissandosi con forza al suo piano-bar.
Lui serve lingue e palati affamati, o assetati, ma la sua mente è persa altrove, presa per mano da spartiti oggi più malinconici che mai.
Pensa che, come lo è adesso per tanti dei volti pacifici che ha di fronte, questo antico, giallo secondi piano aveva saputo rivelarsi nel suo caso il luogo ideale per due anime che si vogliono, si cercano e provano a trattenersi. Ma ora è diventato uno spazio pieno di distanze, con un intreccio di voci e ombre che alimenta un allontanamento incompreso, però forse ormai sempre più definitivo.
Intanto qualcuno si siede sulla sua poltrona, incastrata in un angolo discreto della stanza, sotto a un quadro ancora più suo, che già la sera del primo incontro gli aveva suggerito paesaggi da visitare in due. Per via dell’immagine di una vista naturale da togliere il fiato, aveva sognato una vita di gite senza menta, abbandonati alla forza dell’amore, quello che soffia più di ogni altro. L’aveva addirittura sognata ad alta voce quella sera, ora se lo ricorda bene, e aveva trovato di risposta un volto sorridente e un po’ rosso di un bellissimo imbarazzo, ancora inconsapevole di quello che poi sarebbe davvero stato. Un periodo di gioia, giovanile e senza pause, di fughe improvvise e di emozioni tutte in fila a formare un quadro ideale.
Questo Robert pensa, rapito dai ricordi come mai prima, e nel frattempo il tempo divora i minuti e, con loro, consuma di stanchezza la folla che ha dato linfa al locale, con visi un po’ diversi da quelli di ieri, ma identici a quelli per sentimenti e passioni pazze e vivaci, incapaci di mischiarsi a una città perennemente ordinaria e spenta.
Così il salone rimane vuoto, all’arrivo della mezzanotte. Vuota anche la poltrona rossa, in quell’angolo discretissimo fra le pareti gialle, perfettamente in tinta con l’abito di una Lucy che questa notte non smette di suonare. È allora che, ancora vestito dall’abito formale che lo deve accompagnare sempre al lavoro, Robert decide di sedersi proprio lì. Nonostante il tentativo di perdersi tra le righe di un giornale dimenticato, è ancora una volta l’inconfondibile melodia del pianoforte ad avere la meglio su di lui, ricacciandolo immediatamente ai vasti e felici spazi visitati in due, che racconta troppo bene il quadro sopra la sua testa disperata.
«Sai, potremmo ritornarci laggiù», propone un Robert che non può più resistere, indicando, con il suo sguardo, intriso di un coraggio imprevisto, il paesaggio del dipinto alla donna in rosso che gli sta di fronte. Il viso di Lucy si volta timidamente verso di lui, ed ecco comporsi i tratti di un sorriso sincero, caldo quasi quanto le guance imbarazzate, ma decisamente accoglienti, che ricalcano alla perfezione il ritratto del suo volto della prima sera trascorsa, lì, con Robert, quando le si era seduto di fianco.
Accogliente è anche la risposta, con una luce che pian piano inizia a riaccendersi mentre, intorno a loro, quelle del grande locale si stanno spegnendo lentamente, rendendo la finestra del club una delle infinite nere finestre che respirano la vita newyorkese di notte.
Sono infinite, certo, ma al secondo piano di un centralissimo incrocio che alla sera appare particolarmente fumoso due anime gentili sono appena tornate a darsi appuntamento a domani.

 

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Racconti brevi

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