Wikipedia ci suggerisce che con Riverdale ci troviamo di fronte ad un “teen drama”, ma in realtà si tratta piuttosto di una serie tv “cross-genre”. È un prodotto decisamente ibrido, capace di sganciarsi dai canonici schemi definitori delle fiction e maestro nell’incorporare, incastrare e far convivere in modo sapiente tanti elementi diversi. Il risultato di questo geniale laboratorio di idee è una composizione tanto equilibrata quanto spettacolare, per forma e per contenuti, che fa di azione continua, dimensione psicologica e mistero i tre irrinunciabili assi portanti della sua storia.

Mi resta da guardare la sola terza stagione e se vi dico che, dei numerosi episodi che ho guardato fino a questo momento, soltanto uno mi ha deluso nelle aspettative beh, non sto affatto bluffando. E non voglio soffermarmi troppo sui particolari, anzi… perché sono consapevole del fatto che in nessuna maniera riuscirei mai a scandagliare tutti gli aspetti interessanti di questa serie, perlomeno senza inciampare negli spoiler, che vorrei volentieri evitare a molti. Perciò dirò soltanto che Riverdale, con gli sviluppi della sua trama, non solo si dimostra perfettamente allineata con la realtà del suo pubblico, ma è anche un vero e proprio moderno manuale del tipico mondo americano e in parte anche del nostro, a livello di sociologia (specialmente della devianza – etichettamento, controllo sociale, fenomeno delle gangs, white collar crimes, … -, ma anche del lavoro, della famiglia).

La cittadina rossa, questo è il colore che io associo alla sua immagine, è attraversata da un flusso incessante di avvenimenti dove la vita, in tutte le sue sfumature, scorre in parallelo alle acque dello Sweetwater River. C’è però un preciso momento in cui le ombre, a partire dalla sparizione di un ragazzo, iniziano ad incombere sulla sagoma di Riverdale e, da questa rottura degli equilibri, cominciano ad emergere o a riemergere alcune facce inedite di questo piccolo universo, portando i binomi luce/ombra, bene/male, ragione/istinto, giustizia/perdono a diventare i suoi tratti distintivi. Presto ci troviamo così di fronte a un quadro d’insieme estremamente coinvolgente, talvolta irresistibile, e in linea di massima molto reale, nonostante in alcuni momenti siano accentuati certi tratti romanzeschi (ma non potrebbe essere altrimenti, anche perché il dispositivo del racconto prevede spesso l’intervento di un narratore interno onnisciente). Man mano che la storia procede tante dinamiche cambiano, i personaggi si dimostrano protagonisti di evoluzioni psicologiche non indifferenti e dei ruoli tradizionali del passato (la donna che è solo madre e moglie, giusto per fare un esempio) non c’è nemmeno traccia. Sul piano dell’ambientazione, non si esce praticamente mai dai confini della cittadina, una sorta di rete di connessione con precisi nodi cardine (la scuola, Pop’s, il quartiere Cooper-Andrews, …) dal potenziale espressivo immenso, e sul piano dell’impostazione stilistica, impeccabile, è curioso notare come gli autori si lascino spesso andare a richiami e omaggi più o meno espliciti ad altre fortunate opere visive.

Comunque, e qui concludo, Riverdale è quel genere di serie tv che può fare della sua storia una fonte continua di nuove ispirazioni, idee e direzioni: lascia tanto spazio di manovra ai creatori o agli executive producers e, proprio grazie ai suoi interessantissimi sviluppi, lascia altrettanta voglia nello spettatore di andare avanti con le scoperte, di conoscere. Conoscere ciò che era una volta, è adesso e sarà domani quella cittadina rossa in cui la vita scorre o non scorre, al pari di un fiume dolce in primavera o gelato in inverno.


In collaborazione con Serial Dipendenti

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Recensioni, Serie tv

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