Attuale più che mai, Bodyguard è un prodotto che difficilmente lascia il pubblico indifferente. Non tanto per estrema profondità di tematiche (anche se comunque ci porta nei meandri delle dinamiche decisionali del governo inglese) o per un pathos vibrante (anche se comunque in certi momenti l’adrenalina è parecchio alta), quanto più per la capacità di farsi vero creatore di interesse e di tendere in modo unico la mano a noi che stiamo davanti allo schermo, magari strizzandoci pure l’occhiolino: la (mini)serie tv ci porta con sé in una girandola di azioni e intrighi travolgente, che non si interrompe una volta in moto, da un dinamico esordio in stile “L’uomo sul treno” fino a un teso, ma risolutivo finale dell’episodio di chiusura (in stile… scherzo, niente spoiler!).

Siamo effettivamente catapultati dentro una realtà inedita per i comuni mortali, perché esclusiva di pochi colletti bianchi, e questo cambiamento di prospettiva può essere idealmente rappresentato da un’immaginaria, potente azione di zoom che parte dalla visuale generica di un satellite verso la Terra – il nostro punto di vista iniziale – e arriva a un’inquadratura specifica e dettagliatissima del quartier generale d’oltremanica – il nuovo punto di vista che ci destinano -. Ed è a partire dallo snodo narrativo di metà primo episodio, quello in cui il semplice Budd diventa “Skip” come capo della specialist protection di “Lavanda”, il Segretario di Stato donna britannico, che le orecchie e gli occhi dell’attenta guardia del corpo diventano le nostre porte di accesso a questa realtà intrisa di potere.

Quasi i nostri sensi si sincronizzassero con quelli del protagonista, eroe dalle zone oscure, ci ritroviamo in mezzo a movimenti e flussi di informazioni incessanti e iniziamo automaticamente a indagare molto da vicino, trasversalmente, tanti temi: la sicurezza individuale e collettiva; la protezione dei dati sensibili; il mondo della comunicazione politica con le sue strategie di storytelling in quanto strumento condizionante; i frequenti accordi, favori e patti non scritti tra funzionari governativi, con tanto doppiogiochismo; la minaccia del terrorismo in relazione a eventi e luoghi sensibili; il rapporto tra il controllo, con i suoi effetti pianificati, e l’imprevisto, con i suoi effetti collaterali; la guerra e gli spettri della sua esperienza, drammi fisici e piscologici inaggirabili; … .

In tutto questo, considerando anche che durante tutta la stagione si alternano sempre, talvolta intrecciandosi, il piano lavorativo e il piano privato dei protagonisti, Bodyguard riesce ad essere nei suoi schemi narrativi insieme romanzo moderno, con grande attenzione alle psicologie dei personaggi, e racconto di puro intreccio, con la lente puntata sulla composizione dei fatti. E proprio attraverso i fatti, che per certi versi possono ricordarci il clima dell’americano House of Cards, vorremmo sempre capirci di più, indagare soprattutto circa il bilanciamento del bene e del male tra le stanze del potere: esse ci fanno dubitare di tutto e di tutti e ci trasformano in spettatori attivi, spingendoci implicitamente a mettere insieme i punti di un puzzle complicato e impazzito, di cui tra l’altro abbiamo il solo indizio secondo cui “le coincidenze non esistono”.

Stilisticamente e a livello di composizione, Bodyguard è un prodotto perfetto, giustamente apprezzato da tutta la critica e meritatamente evento dagli ascolti record in terra inglese. Sorprende anche la sua struttura a cerchio, che prende forma nella nostra mente soltanto arrivati al finale. Unica nota a mio avviso negativa, e qui passo e chiudo, un inaspettato stereotipo conclusivo che ha cambiato leggermente le carte in tavola. Carte che comunque, state tranquilli, rimangono disposte in modo geniale. Chapeau!


In collaborazione con Serial Dipendenti

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Recensioni, Serie tv

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