“SPACE FORCE”: IL MONDO (E LO SPAZIO) NELLE MANI SBAGLIATE

Steve Carell. E basterebbe già soltanto questo. Ma Space Force è molto di più. Non di certo una serie impegnativa, ma un prodotto sia unico nel suo genere, sia appartenente a un genere unico, che incarna un tipo di narrazione molto raro, anche dal punto di vista stilistico.

Dieci puntate dinamiche presentano il dietro le quinte di alcuni dipartimenti militari del governo americano, in particolare di una nuova forza istituita per progetti spaziali, e posizionano lo spettatore faccia a faccia con un mondo sommerso, talvolta pieno di contraddizioni, popolato da divise stellate e camici di un bianco scientifico. Una realtà attraente che, prima o poi, tutti avremmo voluto indagare meglio.

Ironica e dissacrante, la storia a cui si assiste rappresenta una perfetta esibizione di meccanismi spesso celati dietro a scelte, comunicazioni o azioni istituzionali, piuttosto che a intrecciati rapporti diplomatici. La trama è semplice: il Generale Mark Naird viene incaricato dal Presidente in persona di condurre l’ambizioso progetto che manderà in orbita alcuni cosmonauti, facendo loro calcare il terreno della Luna per renderla ufficialmente una colonia, abitabile e permanente, del nostro pianeta.

Il messaggio è efficace: una palese denuncia che riesce a toccare insieme l’incompetenza al potere, lo show mediatico somministrato quotidianamente ai cittadini dai vertici dello Stato, lo sperpero di denaro pubblico in nome di istanze socialmente non rilevanti e il militarismo ostinato, spesso ingiustificato, di chi comanda.

Non viene mai persa di vista la linea narrativa principale e la serie riesce a concedere, in maniera spregiudicata, anche grande rilievo all’immagine degli attuali avversari economici degli americani, arrivando in più momenti infatti a ironizzare sui rapporti di forza esistenti con la Cina, rappresentati sempre e comunque come esplosivi, in nome di una diplomazia impraticabile e capace di colonizzare persino lo spazio.

Space Force, anche per questi aspetti secondari, è un ritratto calzante della società del 2020 e permette a tutti gli spettatori, specialmente quelli più sfiduciati dalla classe governativa dei nostri tempi, di vedere rappresentati in scena i drammi della propria realtà nazionale. E, va detto, questo meccanismo di interiorizzazione viene favorito in larga parte da una brillante trovata narrativa degli autori: lasciare il presidente degli Stati Uniti sotto forma di acusmetro, cioè non palesarlo mai in tutta la stagione.

Tirando le somme, la serie incarna il potere delle trovate semplici: propria perché leggera e divertente, riesce a mostrarsi estremamente incisiva nel rivelare la vera identità del mondo contemporaneo. Non c’è nemmeno da stupirsi se durante la visione con la bocca si ride e con le mani ci si strappa i capelli, perché siamo continuamente a metà tra la rasserenante idea di essere fortunatamente di fronte a una finzione e il drammatico dubbio di avere però davanti, in scena, nient’altro che una cruda realtà dei fatti.


In collaborazione con Serial Dipendenti.

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