“SUMMER JOB”: IL REALITY NON E’ UN GIOCO DA RAGAZZI

Classificazione: 2 su 5.

L’effetto wow che Netflix cerca già soltanto con il lancio di questo nuovo prodotto, caricando nel bel mezzo di una stagione fredda un reality ambientato in una calda riviera messicana, per realizzarsi nella mente delle persone dovrebbe, come minimo, essere alimentato dalla presenza di un format originale nell’idea, solido nel meccanismo e capace di favorire sia qualità (verosimiglianza) sia quantità (varietà) nelle dinamiche fra i concorrenti. Ma purtroppo questo non accade…

Il principio, a essere sinceri, non è così male: un gruppo di giovani privilegiati che aborrono le fatiche, da sempre abituati al dolce far niente e dunque per nulla disposti a mettersi in gioco con un vero mestiere, è convinto di essere stato ingaggiato per uno show in cui poter trascorrere, davanti alle telecamere, una bollente vacanza in grande stile (summer); plot twist: a sua insaputa si ritrova, dopo meno di 24 ore, protagonista di quotidiane esperienze di lavoro dipendente (job) in attività locali, pensate in teoria per trasformare radicalmente le prospettive dei ragazzi stessi e responsabilizzarli, sotto la supervisione di vari boss.

A rafforzare e sostenere questo particolare concept, ecco poi una struttura che cerca di premiare la partecipazione attiva e di danneggiare, al contrario, la cattiva attitudine: ogni settimana, chi dimostra di avere una buona predisposizione a sacrifici e apprendimento può continuare ad abitare la bella villa sulla spiaggia sudamericana – di cui godere a pieno soprattutto nei giorni off – e anche iniziare a percepire come sempre più concreta l’opportunità di aggiudicarsi il montepremi in palio. Per tutti gli altri, ovvero i peggiori, si prospetta il rischio dell’eliminazione, concretizzata di volta in volta da un sistema di nomination esplicite.

A questo punto, a completare il trittico di ingredienti, i (10) volti. Le persone, o meglio i personaggi. Perché il casting, forzatamente ispirato allo stile di scouting de Il Collegio, anziché accontentarsi di trovare “semplici” scansafatiche, vuole esagerare, piegandosi disperatamente alla ricerca dello stereotipo, elemento che ahimè annulla fin da subito gran parte di quell’effetto-realtà che andrebbe invece preservato con molta cura, anche soltanto per onorare il genere del prodotto. Così, a popolare Casa Mariposa, praticamente arrivano dei titoli: l’hippie, le locas, il tipo zen, l’estetica e l’estetico, il testa-tra-le-nuvole, la presa male, il belloccio e la belloccia.

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Uno, due, tre, la situazione è creata. I neo coinquilini si conoscono, interagiscono con un’abitazione che comunica e lancia avvisi in modo tecnologico attraverso un televisore, brindano, mangiano, bevono, dormono e nel frattempo disintegrano migliaia di euro dalla ricompensa finale, che subisce costanti variazioni – bonus ma specialmente malus – derivate direttamente dalle scelte e dai comportamenti dei ragazzi, i quali non sanno minimamente comprendere il reale valore del denaro.

Spinti inconsciamente anche dalla scoperta che la somma sarà destinata a uno solo di loro (grande errore esplicitarlo già all’inizio…), spendono e spandono sempre, da un lato coccolati dall’idea di essere in un gioco e dall’altro felici di mostrarsi ribelli sotto le luci dei riflettori. E soprattutto, assurdo autogol rispetto alle probabili idee autoriali (= portare a un graduale cambiamento positivo della loro mentalità), continuano ad avere le mani bucate anche una volta entrati nel “mondo del lavoro”, quando già hanno indossato per bene le divise delle attività della zona.

Dentro, tra il salone e le stanze della residenza estiva, il livello dei discorsi e delle dinamiche rimane estremamente superficiale dal primo all’ultimo episodio, non permettendo quasi mai di scavare nella vita o nella personalità dei protagonisti e in questo caso l’età, anziché una giustificazione, diventa un’aggravante davanti a una simile situazione, visto che le carte d’identità dei concorrenti ormai non parlano più di adolescenza.

Il ruolo della casa, poi, appare molto ambiguo: non solo è un ambiente sfruttato poco e male se pensiamo alle potenzialità e alle dimensioni che ha (non una singola attività viene organizzata al suo interno lungo tutto il reality!), ma diventa anche, senza il controllo di figure di autorità, il luogo della massime libertà e dei messaggi sbagliati. Spesso, tra l’altro, sollecitati direttamente dal team autoriale… forse nella ingenua speranza di stimolare riflessioni nei ragazzi che però, ovviamente, non vogliono dire “no” a invitanti domande-esca sempre improntante al comfort, che nei risultati esasperano e demoliscono l’autentico significato dei soldi, magari provocando pure un po’ di rabbia in una fetta degli spettatori: Volete ordinare la pizza per 1000 euro?, Avete sporcato troppo, 2000 euro e un’impresa di pulizie sistema la casa, ci state?, Viaggio in limousine a 5000 euro, per voi è ok?. Proposte che, a dirla tutta, ammazzano ancor di più ogni pretesa di veridicità del prodotto.

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Fuori, il momento del format che dovrebbe risultare più costruttivo per i partecipanti, va in scena in buona parte dei casi la sagra delle incapacità: ad esempio, di recepire al meglio le indicazioni dei principali, di avere una buona manualità oppure anche soltanto di arrivare in orario sul posto di lavoro. Un’inadeguatezza, a volte, persino calcata da alcuni dei concorrenti ben oltre il necessario, quasi a voler indossare a tutti i costi una maschera di bad boy/girl che però, alla lunga, può infastidire un po’, soprattutto quando questa tipologia di comportamenti non viene punita con l’eliminazione. Dall’altra parte, i miglioramenti concreti, probabilmente troppo rari per poterci impostare sopra una seria narrazione in grado di attraversare le 8 puntate, finiscono per essere lasciati sempre in secondo piano nel racconto generale.

Il ruolo dei boss, sulla carta ma poi effettivamente anche nella pratica, è il più interessante del format perché in qualche modo riesce a contrastare quell’anarchia di cui lo show soffre troppo e porta con sé ritmo e varietà di situazioni, quando i 10 sono finalmente sottoposti a una abbozzata forma di controllo e si sentono addosso, ovviamente con tutti i (tanti) “me ne frego” del caso, un maggiore grado di pressione. Di questa parte dello show, che poteva essere trattata in modo più ampio e arricchita di nuove prove, è soprattutto un peccato che non si veda assolutamente nulla degli effetti del lavoro dei protagonisti, in termini per esempio di reazioni della clientela delle attività, o piuttosto che si salti completamente il racconto dell’inserimento nel team, indagando i rapporti con i colleghi, quando esistenti.

Per il resto, tutto scorre con le soluzioni stilistiche tipiche del genere, quali gli immancabili confessionali, con il linguaggio e la profondità che esso stesso sembrerebbe ricercare a tutti i costi (volgarità e scarse capacità di pensiero) e oggettivamente senza una qualità realizzativa esaltante, anche in fase di montaggio (in numerose occasioni si sentono nitidamente i rattoppi di voice over, aggiunti in post produzione per sistemare discorsi lasciati a metà durante le riprese). I giovani, entrati nel personaggio, non lo abbandonano mai e la Gioli, una sorta di traghettatrice della storia, fa il suo, ma sicuramente non la differenza, anche perché ha veramente poca voce in capitolo. Di conseguenza, la funzione che le è stata assegnata finisce specialmente per mettere in evidenza quale sia la reale differenza tra presenza e partecipazione.

Summer Job è un prodotto rivoluzionario? Assolutamente no. Qualcosa di imperdibile o di completamente inedito? Nemmeno. Però, difetti di forma(t) a parte – se pensato meglio, poteva forse rivelarsi un buon reality di formazione – è sicuramente un esperimento capace di fare da apripista a quell’unscripted che Netflix Italia sembra voler percorrere d’ora in avanti sulla sua piattaforma. Insomma, da apprezzare il coraggio.


In collaborazione con Serial Dipendenti

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